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N.13/ BIOTECH NEWSLETTER

14 dic, 2017

RED BIOTECH

Cellule tumorali costrette a rendersi visibili al sistema immunitario che le ha riconosciute e bloccate
Rendere le cellule tumorali visibili al sistema immunitario, che riesce così a bloccarne lo sviluppo.  Dopo quattro anni di esperimenti i ricercatori dell’IRCCS di Candiolo e dell’Università di Torino ce l’hanno fatta e il loro studio è stato ora pubblicato col titolo: “Inactivation of DNA repair triggers neoantigen generation and impairs tumour growth” – da Nature, la rivista considerata di maggior prestigio nell'ambito della comunità scientifica internazionale.  “Il nostro è stato un approccio non convenzionale”, dice il direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare e docente del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino, Prof. Alberto Bardelli, che ha presentato lo studio insieme con Giovanni Germano, ricercatore con esperienza in Immunologia. “Sappiamo – spiega Bardelli - che molti tipi di neoplasie riescono a mascherarsi e, eludendo i meccanismi di difesa, si diffondono nell’organismo. Ci siamo chiesti come affrontare questo problema partendo dalla cellula tumorale, per poi vederne gli effetti sul sistema immunitario. Abbiamo ipotizzato che inattivando il processo di riparazione del DNA di una cellula si inducessero nuove mutazioni, alcune di queste dette ‘neoantigeni’, riconoscibili come estranee e quindi attaccabili dal sistema immunitario”. Dove potrà portare questa scoperta? “E’ presto per dirlo - afferma Bardelli - ma stiamo studiando se farmaci antitumorali, che come effetto collaterale causano danni al DNA, provocano la formazione di neoantigeni che possono risvegliare il sistema immunitario. Abbiamo già in mente potenziali candidati e stiamo lavorando anche con l’Istituto Nazionale dei Tumori, il Niguarda Cancer Center e l’Università di Milano per verificare la nostra ipotesi per futuri sviluppi clinici”. Per maggiori informazioni: https://www.unito.it/comunicati_stampa/cellule-tumorali-costrette-rendersi-visibili-al-sistema-immunitario-che-le-ha

Staminali nei ventricoli cerebrali: testata in laboratorio una nuova tecnica di terapia genica
In molte malattie neurodegenerative le cellule del sistema immunitario che hanno il compito di difendere il sistema nervoso centrale – dette microglia – giocano un ruolo fondamentale. Uno studio in pubblicazione su Science Advances dimostra per la prima volta, seppure in via sperimentale, l’efficacia di una tecnica di trapianto e terapia genica che si basa sul trapianto di cellule staminali del sangue direttamente nei ventricoli cerebrali per poter dare origine a una progenie cellulare simile alla microglia, capace di svolgere un’azione terapeutica in tempi rapidi. La ricerca è stata svolta presso l’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) dell’Ospedale San Raffaele e il Boston Children’s Hospital/Dana Farber Cancer Institute di Harvard, ed è stata coordinata da Alessandra Biffi, che supervisiona una unità di ricerca presso SR-Tiget ed è direttrice del Gene therapy program del Boston Children’s/Dana Farber Cancer Institute di Harvard. La tecnica, testata per ora in un modello sperimentale di malattia metabolica, potrebbe avere applicazioni terapeutiche anche per patologie neurodegenerative in cui la microglia svolge un ruolo fondamentale. Per maggiori informazioni: http://www.hsr.it/press-releases/staminali-nei-ventricoli-cerebrali-testata-in-laboratorio-una-nuova-tecnica-di-terapia-genica/

Mix di terapia genica e cellule staminali: un passo avanti nella cura del diabete di tipo 1
I ricercatori del Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi dell’Università di Milano, in collaborazione con il Boston Children’s Hospital e la Harvard Medical School, sono riusciti a ottenere la remissione del diabete di tipo 1 in un modello murino tramite l’infusione di cellule staminali ematopoietiche ingegnerizzate per aumentare la sintesi di PD-L1, una proteina che gli autori hanno dimostrato essere carente nelle staminali ematopoietiche di soggetti affetti da diabete di tipo 1. Le cellule somministrate hanno fermato la reazione autoimmune in modelli murini di diabete e in modelli ex vivo in cui sono state usate cellule umane. I risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista internazionale Science Translational Medicine, una delle più prestigiose in ambito di medicina sperimentale. Per maggiori informazioni: http://www.unimi.it/cataloghi/ufficio_stampa/Fiorina%20-%20diabete%20Definitivo.pdf 

Tumore del cavo orale: un test per trovare le alterazioni geniche a rischio
Un semplice spazzolino che sfregato all’interno della bocca consente, in modo rapido e indolore, di individuare la presenza di alterazioni epigenetiche che potrebbero portare a un tumore del cavo orale. È il nuovo test – protagonista di due importanti pubblicazioni scientifiche e già brevettato – nato all’Università di Bologna, grazie al lavoro congiunto di una squadra di docenti e ricercatori di Patologia orale alla Clinica odontoiatrica Unibo, di Chirurgia maxillo-facciale al Policlinico di Sant’Orsola e di Anatomia patologica all’Ospedale Bellaria. Il sistema, che potrà essere utilizzato in qualsiasi studio dentistico, consente di raccogliere facilmente, con un semplice “brushing”, un campione di cellule della bocca su cui si andrà poi a rilevare la presenza di alcuni marker genetici. In particolare, i ricercatori hanno individuato modificazioni nel livello di metilazione del DNA in 13 geni che sono indicatori di rischio. Se un gene viene metilato viene spento, mentre viceversa se il suo livello di metilazione è basso o nullo, il gene viene riattivato. Nei tumori, i livelli di metilazione di alcuni geni chiave vengono alterati, e queste modificazioni avvengono molto precocemente nel processo di cancerogenesi. Per maggiori informazioni: http://www.magazine.unibo.it/archivio/2017/12/07/tumore-del-cavo-orale-un-test-per-riconoscere-le-alterazioni-geniche-pericolose

GREEN BIOTECH

Una collaborazione fra ENEA, CREA e Ohio State University migliora il valore nutrizionale delle patate 
Una collaborazione tra i ricercatori dell’ENEA (Agenzia italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), CREA (il Consiglio per la ricerca in agricola e l’analisi dell’economia agraria) e OSU (l’Ohio State University) ha portato a due pubblicazioni sulla rivista PLOS One che aprono nuove prospettive per arricchire le patate con due importanti vitamine. Nel primo lavoro  (http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0184143), una collaborazione tra ENEA e CREA, è stato utilizzato il miglioramento genetico classico per arricchire le patate con luteina e zeaxantina, due carotenoidi che si accumulano nella macula lutea dell’occhio umano e prevengono la degenerazione maculare legata all’età, che è la causa principale di cecità nei Paesi sviluppati. La luteina si accumula anche nel cervello umano e diete ricche in luteina sono associate al miglioramento delle funzioni cognitive nei neonati e negli anziani. Tra i risultati di questa ricerca è la nuova varietà Melrose di patate, arricchita con luteina, e la scoperta che i tuberi di questa varietà mostrano una ridotta germinazione e perdita di peso durante l’immagazzinamento a lungo termine, riducendo sostanzialmente l’utilizzo dei prodotti chimici e della refrigerazione durante la conservazione post-raccolta. Nel secondo lavoro (http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0187102) , la OSU ha unito le forze con quelle di ENEA e CREA per studiare la quantità di vitamina A da patate arricchite in beta-carotene (“patate d’oro”) precedentemente prodotte attraverso una collaborazione tra ENEA e l’Università di Friburgo (https://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=comunicatodetail&id=207). Il beta-carotene è la principale fonte di vitamina A negli alimenti di origine vegetale e la avitaminosi A è tra le cause principali di cecità e mortalità infantile in molti Paesi in via di sviluppo. Aumentando il contenuto di beta-carotene dei principali alimenti consumati in questi Paesi attraverso un processo chiamato “biofortificazione”, il consumo di vitamina A può essere migliorato, salvando molte vite umane. I ricercatori OSU hanno usato un sistema simulato di digestione da loro creato per studiare la bioaccessibilità del beta-carotene nelle “patate d’oro”. Lo studio ha rivelato che i tuberi contengono livelli di vitamina E 10 volte superiori rispetto alle patate normali. Lo studio suggerisce anche che una porzione da 150 g di “patate d’oro” bollite può fornire il 42% della dose giornaliera di vitamina A e il 34% di vitamina E di un bambino, sufficiente a prevenire lo stato di avitaminosi. Per maggiori informazioni: http://www.crea.gov.it/una-collaborazione-fra-enea-crea-e-ohio-state-university-migliora-il-valore-nutrizionale-delle-patate/