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Le ultime notizie dal mondo delle biotecnologie italiane

N.5/ NEWSLETTER QUINDICINALE

03 apr, 2017

RED BIOTECH
Scoperto un meccanismo di protezione nel tumore mammario: la proteina p140Cap come antagonista dell’oncogene ERBB2, che ne è causa 
Uno studio, coordinato dalla professoressa Paola Defilippi, presso il Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze della Salute dell'Università di Torino, in collaborazione  con la Città della Salute di Torino, appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Nature Communication, ha scoperto una proteina che protegge dal tumore mammario, ma soprattutto ha identificato il meccanismo con cui questa proteina “si oppone” alla progressione del tumore mammario. Il tumore mammario colpisce una donna su sette. Uno dei sottotipi di tumore mammario (circa il 20% dei casi) è caratterizzato da una eccessiva quantità della proteina ERBB2 (anche noto come HER2), causata dall’aumento del numero di copie del gene che la codifica sul cromosoma 17. ERBB2 causa il tumore perché aumenta la proliferazione cellulare in modo non controllato, sostiene la sopravvivenza delle cellule tumorali e favorisce la loro capacità di uscire dal tumore primario, dando origine alle metastasi in altri organi. Per questi motivi è definita ”oncogene”. Lo studio ha individuato e caratterizzato un meccanismo di protezione dagli effetti dannosi dell'oncogene ERBB2. Questo effetto protettivo conferisce alle pazienti una maggiore sopravvivenza e un minor rischio di metastasi ed è dovuto alla presenza della proteina p140Cap. I risultati indicano che questa proteina è espressa in circa il 50% delle pazienti di tumore ERBB2, individuando un nuovo marcatore predittivo in questa patologia. Inoltre, sperimentalmente con modelli cellulari, sono stati dimostrati alcuni dei meccanismi attraverso cui p140Cap è in grado di limitare la crescita del tumore ERBB2 e di diminuirne le capacità di dare origine a metastasi. Questi dati servono come base di partenza per la messa a punto di nuove terapie per le pazienti che non esprimono la proteina p140Cap e sono soggette a tumori più aggressivi. Questo lavoro è frutto di una collaborazione tra Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze della Salute dell'Università di Torino, Città della Salute di Torino, IEO/IFOM di Milano, Università di Chieti-Pescara, Università di Camerino, Arcispedale di Reggio Emilia e l’Università di Lund in Svezia. 

Al via un innovativo progetto di ricerca riguardante lo stadio 1 del tumore all’ovaio
Un progetto riguardante lo studio del tumore dell’ovaio allo stadio 1 presentato dal Dipartimento Oncologia dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ è risultato tra gli otto vincitori della prima edizione del bando “Roche per la ricerca Scientifica indipendente”. Lo stadio 1 del tumore dell’ovaio è una patologia rara e per questo poco studiata. I progressi scientifici ottenuti dalla conoscenza della biologia della cellula tumorale hanno chiarito la complessità e l’eterogeneità di questo tumore, ma solo in modo marginale hanno contribuito al miglioramento della sua prognosi e della cura. Il progetto ha come presupposto i risultati della precedente collaborazione tra diverse istituzioni di ricerca (Istituto “Mario Negri”, Università di Padova) e cliniche (Università di Milano-Bicocca, , Ospedali Civili di Brescia e Città della Salute di Torino) che ha consentito di individuare, su un casistica unica di oltre 200 casi di biopsie congelate di pazienti con diagnosi di tumore dell’ovaio stadio 1 una firma molecolare integrata di geni e loro regolatori (miRNA), funzionalmente correlati tra di loro. Studi retrospettivi hanno dimostrato che questa firma molecolare (Integrated Signature Classifier, ISC)  è uno strumento prognostico in grado di migliorare le capacità di predire il rischio che una paziente possa recidivare dopo intervento. Questa  firma molecolare rappresenta il primo passo per razionalizzare le scelte terapeutiche in pazienti con diagnosi di tumore dell’ovaio stadio 1. Per maggiori informazioni: http://www.marionegri.it/it_IT/home/Nuovo+progetto+di+ricerca+sul+tumore+all%27ovaio/190121,News.html

Individuato un nuovo bersaglio per la rigenerazione muscolare
Uno studio dell’Università Statale di Milano individua un link molecolare per stimolare la rigenerazione muscolare: possibili risvolti terapeutici per le patologie muscolari atrofiche e per il potenziamento muscolare degli sportivi. Quando il livello di ossigeno nei muscoli si abbassa, per esempio a seguito di un evento ischemico, le nostre cellule attivano un complesso meccanismo di difesa per proteggersi dalla mancanza di ossigeno, regolato da una serie di fattori chiamati “fattori inducibili dall’ipossia”. Questo permette alle cellule di cercare di resistere alla mancanza di ossigeno, incrementando per esempio il metabolismo anaerobico e attivando una serie di segnali che cercano di proteggere la cellula dalla morte. Questi stessi meccanismi sono spesso deregolati e molto attivi nelle cellule tumorali, che infatti riescono a resistere anche in condizioni di estremo stress. Il principale attore di questa risposta è un fattore di trascrizione, HIF‐1, che si attiva tutte le volte che nella cellula si abbassa il livello di ossigeno. Purtroppo però, se l’ischemia si protrae a lungo, nonostante l’attivazione dei meccanismi di protezione, le cellule muscolari iniziano a morire. Tuttavia, se l’ossigeno viene ripristinato, si attivano i meccanismi di rigenerazione del tessuto muscolare che permettono alle cellule staminali adulte presenti nei nostri muscoli, chiamate cellule satelliti, di crescere e riparare il tessuto muscolare danneggiato. Per maggiori informazioni: www.unimi.it/cataloghi/ufficio_stampa/CS%20Anastasia%20-%20rigenerazione%20muscolare.pdf

GREEN BIOTECH
Uno studio dell’Ibaf-Cnr e Ibam-Cnr identifica origine e modalità di diffusione del noce comune, evidenziando l’influenza dell’uomo

Un recente studio condotto dagli istituti del Consiglio nazionale delle ricerche di Biologia agro-ambientale e forestale (Ibaf-Cnr) e per i Beni archeologici e monumentali (Ibam-Cnr), ha permesso di identificare l’origine e le modalità di diffusione del noce comune (Juglans regia L.), specie oggi apprezzata per le proprietà nutraceutiche dei frutti ricchi di acidi grassi polinsaturi. Pubblicato su Plos One, il lavoro evidenzia l’origine asiatica della pianta e l’esistenza nel Caucaso e nelle valli delle montagne dell’Asia Centrale di almeno quattro zone dove le popolazioni di noce conservano un valore elevato di diversità genetica, probabilmente sopravvissute in nicchie ecologiche protette dopo le glaciazioni del Pleistocene (Kyrgyzstan occidentale, Asia occidentale e centro-meridionale, Uzbekistan centro-orientale, province di Xinjiang and Shandong in China). 
Lo studio ha anche identificato l’importanza sia delle grandi barriere fisiche che ostacolarono il flusso genico naturale (montagne e deserti), sia delle vie commerciali e culturali che le superarono. Inoltre, l’incrocio con dati etnolinguistici e storici (associazione tra gli antichi phyla linguistici presenti lungo la viabilità fondamentale e la struttura genetica delle popolazioni di noce) ha indicato nelle vie Regia persiana e della Seta le rotte della diffusione della pianta, dall’Iran e Trans-Caucaso all’Asia centrale e dalla Cina occidentale a quella orientale. Per maggiori informazioni: www.almanacco.cnr.it.

Crea: dalla versione aggiornata della mappatura del genoma del pesco le anticipazioni del nuovo programma di miglioramento genetico
Ricercatori del CREA, coordinati da Ignazio Verde del Centro di ricerca per le colture arboree, si sono dedicati ad aggiornare la sequenza del genoma del pesco, precedentemente ottenuta nel 2013 sempre da un consorzio a guida CREA. Rispetto alla prima versione, si tratta di una sequenza di più alta qualità e di maggior dettaglio che consentirà un lavoro più preciso nell’individuazione dei geni legati a caratteri di importanza agronomica e nella loro introduzione e/o modifica in varietà commerciali in tempi più brevi e con costi ridotti. Nello specifico è stata collocata sui cromosomi una quota di sequenza (circa il 3%, 7 milioni di basi) che non era stata precedentemente posizionata. Sono state, inoltre, modificate sequenze poste nella prima versione con orientamento casuale (circa il 10%, 24 milioni di basi) o in posizione errata (circa il 5%, 10 milioni di basi). Infine sono stati corretti circa 2000 errori di sequenza e colmati alcuni gap. Questi miglioramenti hanno consentito di collocare correttamente sui cromosomi circa 226 milioni di basi (99.2%) facendo della sequenza del pesco uno dei genomi di riferimento più completi e accurati tra quelli vegetali.
Per maggiori informazioni: http://www.crea.gov.it/crea-dalla-versione-aggiornata-della-mappatura-del-genoma-del-pesco-le-anticipazioni-del-nuovo-programma-di-miglioramento-genetico/

Un gustoso fiore nero, la valorizzazione del patrimonio orticolo pugliese
Versatile in cucina e benefico per le sue proprietà antiossidanti e depurative, il carciofo è presente sulle nostre tavole, grazie alle tante varietà presenti in tutta Italia, coltivabili da ottobre a giugno. Ben 4 varietà con marchio comunitario sono concentrate nella zona centro-meridionale e insulare: il Brindisino Igp, quello di Paestum Igp, il romanesco del Lazio Igp e, infine, il famoso Spinoso di Sardegna Dop. Accanto a queste, ne esistono altre poco conosciute, coltivate in qualche orto familiare, preziosa fonte di biodiversità da salvaguardare e valorizzare. “L'Italia è ricca di germoplasma di carciofo”, spiega Gabriella Sonnante dell'Istituto di bioscienze e biorisorse (Ibbr) del Cnr di Bari. “Le varietà, in base alla morfologia del capolino, l'infiorescenza immatura che mangiamo, sono state raggruppate in quattro tipologie principali facilmente riconoscibili: Spinosi, Catanesi, Romaneschi e Violetti e sono poi altre varietà che presentano caratteri intermedi o differenti quali il Carciofo nero del Salento che prende il nome dalle diverse località in cui è diffuso, ad esempio Nero di San Foca o Nero di Castrignano”. Simile a un fiore, ha il capolino con le brattee estroflesse, cioè rivolte verso l'esterno, caratterizzate da un'intensa colorazione viola scuro, grazie alla ricca presenza di pigmenti antocianici. “Con il progetto BiodiverSO, che rientra nel Programma di sviluppo rurale della Regione Puglia, stiamo cercando di contrastare l'erosione genetica del patrimonio orticolo pugliese, di cui questa tipologia di carciofo è un esempio”, conclude Sonnante. “Le risorse a rischio vengono catalogate per conservarne il germoplasma e per tentare successivamente una reintroduzione delle varietà. La conservazione viene realizzata con modalità differenti: dalle collezioni di piante in campo, come per i carciofi, alle banche di semi mantenute 'in doppio' dall'Ibbr-Cnr e dall'Università di Bari, al materiale di propagazione mantenuto in vitro”. Per maggiori informazioni: http://www.almanacco.cnr.it/reader/cw_usr_view_articolo.html?id_articolo=7906&giornale=7911

APPUNTAMENTI
Ricerca e innovazione nel settore della chimica verde

Dopo il seminario organizzato a marzo dalla Lombardy Green Chemistry Association dedicato al nuovo Bando per la Ricerca Integrata sulle biotecnologie industriali e sulla bioeconomia promosso da Fondazione Cariplo e Innovhub SSI, l’azienda speciale della Camera di Commercio di Milano,  il dialogo su temi della sostenibilità, della bioeconomia e dell’innovazione proseguiranno il prossimo 3 maggio nel contesto dell’evento “Ricerca e Innovazione nel Settore della Chimica Verde”, organizzato dal Gruppo Ricicla coordinato da Fabrizio Adani e dal Consorzio Italbiotec, in partnership con la Lombardy Green Chemistry Association.